L’eclettica struttura del reato abituale nel labirintico contesto delle fattispecie di durata – Filippo Bellagamba

Nonostante il fugace ed anodino riferimento contenuto all’art. 131 bis co. 3 Cp, il legislatore continua a mostrarsi resistente nel fornire all’interprete elementi in grado di squarciare il velo di opacità che ancora avvolge la nozione di reato abituale, vieppiù ispessito dalla natura composita, o per meglio dire eterogenea, che lo caratterizza. Nel contributo che segue ci si propone di ridefinire lo spazio applicativo di un istituto che, pur attingendo numerose fattispecie di parte speciale, sembra rimasto ai margini dell’elaborazione dottrinale, se si eccettua l’insistito raffronto con altre figure, anch’esse facenti parte dell’ampia categoria dei c.d. reati di durata, che hanno senz’altro maggiormente catturato l’interesse degli studiosi, come, in particolare, il reato continuato ed il reato permanente. All’assenza di una norma definitoria che ne scolpisca i tratti costitutivi e ne delimiti i confini applicativi si coniuga l’ancor più significativo vuoto in termini di disciplina, che reclama, per essere colmato, uno sforzo ermeneutico di rara intensità, nell’obiettivo di valorizzare il diverso atteggiarsi dei reati abituali rispetto a quelli istantanei su temi nevralgici sul piano dogmatico ma altrettanto cruciali su quello pratico, quali, a mero titolo esemplificativo, la fissazione del tempus commissi delicti o l’individuazione del dies a quo ai fini del computo del termine di prescrizione.

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