LA PROGRESSIVA SAGOMATURA DELLA MESSA ALLA PROVA PROCESSUALE – Valentina Bonini

Il contributo parte dall’analisi della posizione assunta dalla Corte costituzionale nelle pronunce adottate in tema di sospensione del processo con messa alla prova, per tentare una coniugazione della componente sostanziale e di quella processuale dell’istituto, evidenziandone le analogie e le specificità rispetto agli altri procedimenti speciali e, segnatamente, al c.d. patteggiamento. Quest’ultimo, invero, viene in più occasioni richiamato da giurisprudenza e dottrina per orientare l’interprete alle prese con
lacune normative o con tentativi di ricostruzione sistematica della probation processuale, ma tale parallelo trova un limite nella diversità delle conseguenze – ora sanzionatorie, ora liberatorie – che derivano dai due procedimenti speciali.

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LA RISERVA DI CODICE (ART. 3-BIS CP) TRA DEMOCRAZIA NORMANTE E PRINCIPI COSTITUZIONALI. APERTURA DI UN DIBATTITO – Massimo Donini

Lo studio analizza la recente disciplina sulla riserva di codice (art. 3-bis c.p.) come scelta legislativa vincolata tra codice e leggi speciali “organiche”. La riforma è commentata non solo nelle debolezze del rango meramente legislativo della norma e dal punto di vista del partito degli scettici, e del partito della decodificazione, storica o futurista, ma anche alla luce del quadro costituzionale attuale (norma che legifica a livello di topografia legislativa i principi di determinatezza e ultima ratio) o possibile (proposte di una riserva di legge penale rafforzata) per una sua migliore realizzazione. L’attuazione modestissima e problematica dell’art. 3-bis c.p. operata dentro al codice dal precedente Parlamento, è quindi esaminata alla luce del dibattito storico e più recente sul destino delle diverse decodificazioni (le vecchie e le nuove), sulla inflazione del diritto penale e sulla permanente capacità orientativa del modello-codice come luogo dove si materializzi un ordine pensante del sistema non sostituibile da quello dei diversi e contingenti interpreti privati (dottrina) o pubblici (giurisprudenza). Un dibattito mai chiuso e semmai da riaprire in vista di una ricompilazione codicistica in progress.

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LE DICHIARAZIONI SPONTANEE ALLA POLIZIA GIUDIZIARIA: IL RISCHIO DI UNA PERICOLOSA CADUTA PER LE GARANZIE DELL’INDAGATO – Valeria Bosco

Nel presente saggio, si ricostruisce l’orientamento recessivo della Corte di cassazione in ordine alle dichiarazioni spontanee rese dall’indagato alla polizia giudiziaria ai sensi dell’art. 350 co. 7 Cpp, fermo nel ritenere che tali informazioni, ricevute anche in assenza del difensore e senza l’avviso di poter esercitare il diritto al silenzio, siano utilizzabili nella fase procedimentale, e dunque nell’incidente cautelare e negli eventuali riti a prova contratta. Secondo la Corte, le dichiarazioni rese spontaneamente rappresenterebbero la scelta personalissima dell’indagato di esporre liberamente la propria versione dei fatti, che in quanto tale giustificherebbe il venir meno della comunicazione in ordine ai diritti processuali che costituiscono lo schema minimo del diritto di difesa. L’Autrice, prendendo le mosse dalla disciplina generale di garanzia di cui agli artt. 63 e 64 Cpp, sottopone a critica tale impostazione, ritenendo che solo se l’indagato è conscio dei suoi diritti e delle conseguenze del proprio contegno dichiarativo può parlarsi di spontaneità. Le garanzie difensive predisposte dall’ordinamento devono, dunque, essere sempre assicurate, a maggior ragione nella fase più delicata, quella delle indagini preliminari, quando l’indagato entra in contatto con la polizia giudiziaria.

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