LE MISURE DI PREVENZIONE PERSONALI TRA COSTITUZIONE E CONVENZIONE – Federico Consulich

Le misure di prevenzione personali veicolano seri rischi di lesione dei diritti dei cittadini. In particolare, il giudizio di pericolosità, su cui si fondano, difetta di determinatezza tanto nella base quanto nel metro di valutazione, rappresentando così un punto di crisi della disciplina italiana rispetto alle garanzie costituzionali e a quelle della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Nella costruzione di uno statuto costituzionale e convenzionale della prevenzione, occorre guardarsi dal ricavare per analogia una serie di tutele previste in campo penale, edificando invece un autonomo corredo di garanzie, in ragione della peculiare conformazione di tali misure, in primis l’assenza di un illecito del destinatario quale loro presupposto.

È dunque giunto il tempo di abbandonare il tentativo di riproporre, in questo settore, simmetrie astratte con il diritto penale: troppo facile per il legislatore aggirare il problema di una sanzione senza delitto con qualificazioni formali di facciata e troppo distante la struttura della fattispecie di prevenzione da quella di un’incriminazione, come ci ricorda anche la giurisprudenza convenzionale. Meglio piuttosto aggiornare i lineamenti dell’habeas corpus affinché sia in grado di contrastare i molteplici meccanismi abusivi con cui la libertà personale viene oggi compressa, a volte prima della, a volte a prescindere dalla commissione di un reato.

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LA SINGOLARE ETEROGENESI DEI FINI DEL NUOVO ART. 570-BIS CP – Alessandro Roiati

Il nuovo art. 570-bis Cp avrebbe dovuto costituire una norma incriminatrice di sintesi meramente ricognitiva, da iscrivere nel più ampio paradigma della riserva di codice.

In realtà la non felice stesura della fattispecie solleva almeno due questioni interpretative di non agevole soluzione. La prima attiene alla possibilità di riconoscere alla disposizione in esame gli effetti di “nuova incriminazione” in riferimento a tutti i casi di omessa corresponsione dell’assegno stabilito in sede di separazione a favore di uno dei coniugi, in precedenza sussumibili esclusivamente nel più ristretto ambito dell’art. 570 Cp. La seconda riguarda la mancata inclusione, nella sfera operativa della nuova disposizione, della violazione degli obblighi di natura economica relativi a figli di genitori non coniugati.

In riferimento a quest’ultima la Cassazione ha tentato di dirimere i contrasti emersi nelle prime applicazioni giurisprudenziali e, per rispettare la portata meramente compilativa della legge delega, ha ritenuto doveroso respingere l’interpretazione letterale della fattispecie, incentrata sul riferimento testuale al solo “coniuge”. Detta conclusione, per quanto condivisibile nella sua finalità pratica e considerata “l’unica costituzionalmente compatibile ed orientata”, non manca di sollevare perplessità sul piano del formale rispetto dei canoni della stretta legalità.

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LA DEPENALIZZAZIONE DELLA DETENZIONE DI MEDICINALI SCADUTI, GUASTI O IMPERFETTI – Elio Lo Monte

Il legislatore con le modifiche apportate dalla l. n. 3/2018 all’art. 123 co. 3 T.U.L.S. ha cercato di evitare le severe conseguenze sanzionatorie previste dall’art. 443 Cp a carico del farmacista, per comportamenti ritenuti irrilevanti sul piano penalistico. Dall’innovazione legislativa si ricava che la sanzione amministrativa pecuniaria, nell’ipotesi di ‘detenzione di medicinali scaduti, guasti o imperfetti’, trova applicazione solo in presenza delle tre condizioni: a) modesta quantità dei farmaci; b) modalità di conservazione; c) ammontare complessivo delle riserve, al fine di escludere concretamente la loro destinazione al commercio». Le locuzioni adoperate, però, oltre ad apparire generiche sembrano del tutto avulse dalla fattispecie come ridelineata dall’intervento di riforma. Ancora una volta viene rimessa alla discrezionalità del giudice stabilire l’esclusione della destinazione al commercio dei medicinali scaduti, guasti o imperfetti.

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