LA NUOVA CONFIGURAZIONE DEL DELITTO DI SCAMBIO ELETTORALE POLITICO-MAFIOSO: UN PRECARIO EQUILIBRIO TRA ESIGENZE DI TUTELA E GARANZIE PENALi – Giuseppina Panebianco

Con l. n. 43 del 21.5.2019 il Parlamento è nuovamente intervenuto sul delitto di scambio elettorale politico-mafioso, riscrivendo l’art. 416-ter Cp, che oggi risulta profondamente rinnovato rispetto alla previgente formulazione. La recente operazione di restyling tocca tutti i profili del reato, in parte rinnovando la disciplina immediatamente previgente (voluta dal legislatore del 2014) e in parte riproponendo alcune scelte di politica criminale che avevano già trovato concretizzazione nell’originaria e frettolosa stesura della disposizione introdotta nel 1992. La scrittura complessa della fattispecie lascia trasparire l’affannosa ricerca di rimedi intesi a raccordare il dato normativo al sostrato empirico-criminoso della contiguità politico-mafiosa, facendo tesoro dell’esperienza giurisprudenziale, che ha finora privilegiato il concorso esterno quale strumento di contrasto alle forme di contiguità mafiosa. La nuova versione dell’art. 416-ter Cp tenta dunque di aggiustare il fuoco dell’incriminazione in modo da intercettare ogni possibile spazio in precedenza ritenuto estraneo alla rilevanza penale a causa, per un verso, della tassatività della fattispecie di scambio elettorale e, per altro verso, del rigido schema causale delineato dalle Sezioni unite della Corte di cassazione con riguardo al c.d. concorso esterno. Tuttavia lo sforzo legislativo di dare ricetto alla questione della contiguità politico-mafiosa, abbagliato da un non celato intento repressivo – anzi reso palese dal rinvio alla pena prevista per il delitto di partecipazione all’associazione mafiosa e dalla previsione di una discutibile aggravante legata al risultato della consultazione elettorale – paga il prezzo di compromettere le garanzie penali sotto molteplici profili. Le riflessioni che precedono sollecitano una prossima più coraggiosa revisione della disciplina, che prenda avvio dalle norme sul concorso di persone nel reato per poi approdare alla ristrutturazione delle fattispecie incriminatrici che ruotano intorno alla realtà empirico-criminosa della criminalità organizzata.

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IL PROCESSO ALL’ART. 580 DEL CODICE PENALE NELLA PIÙ RECENTE GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE: ALLE ORIGINI DI UNA NUOVA IDEA DI GIUSTIFICAZIONE – Antonino Sessa

L’ordinanza n. 207 del 2018 e la recentissima decisione del 25 settembre del 2019 rappresentano il chiaro contributo della giurisprudenza costituzionale al riconoscimento di nuove situazioni meritevoli di tutela che, per soggetti vulnerabili competenti ed in determinate condizioni, individuano nelle modalità costitutive di esercizio del diritto all’aiuto ‘nel’ morire, in funzione di concretizzazione del più generale diritto alla consapevole autodeterminazione terapeutica (artt. 2, 3, 13 e 32 Cost.), le ragioni su cui fondare razionali limiti ad una incriminazione, si pensi proprio alla condotta di aiuto al suicidio ex art. 580 Cp, ogni volta in cui essa in via assoluta si riveli lesiva di diritti fondamentali, anche quando ‘infelici’. Nel diritto penale provvisorio, allora, così come ridisegnato dal giudice delle leggi, una nuova idea di giustificazione, quella procedurale appunto, sembra completare lo statuto penale delle scriminanti in cui, a differenza  di quella tradizionale o sostanziale, essa assurge a strumento di protezione primaria di beni – il pluralismo etico –, per una legittimazione pubblicistica ex ante di condotte lesive solo così in grado di garantire un ordinato vivere civile libero da caotiche situazioni giuridiche pur sempre in agguato. Ed allora appare del tutto evidente, in un tale contesto sistematico, il contributo della giustificazione procedurale anche alla costruzione di quel diritto penale dell’eguaglianza che, proprio con l’esercizio di una libera e consapevole autodeterminazione terapeutica, finisce per rendere indispensabile il necessario riassetto razionale della complessiva normativa di fine vita la quale, fuori da aporie sistematiche, pure sembra trovare conferma ed attuazione in prospettiva de lege ferenda.

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SUICIDIO MEDICALMENTE ASSISTITO E OMICIDIO DEL CONSENZIENTE PIETATIS CAUSA: PROBLEMATICHE IPOTESI DI TIPICITÀ PENALE – Antonio Nappi

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L’idea di un diritto indisponibile dal proprio titolare è in sé problematica, dando luogo a un ossimoro paternalistico, incompatibile con il principio pluralistico. Auspicabile, quindi, appare il superamento dell’impostazione del vigente codice penale, che sanziona penalmente l’omicidio del consenziente e il suicidio assistito, senza eccezione alcuna e, quindi, anche se attuati pietatis causa e con assistenza medica. Ne derivano, tra l’altro, discriminazioni tra pazienti irreversibili che vorrebbero porre fine alla propria esistenza: essi possono evitare un’indesiderata agonia solo se, per la natura della malattia che li affligge, non intraprendere o interrompere trattamenti sanitari salvavita comporti una morte pressoché immediata. In prospettiva di riforma, la mancanza dell’offesa (in virtù del consenso del titolare del diritto), unitamente alle ulteriori ragioni addotte nell’indagine, suggerirebbe di escludere la stessa tipicità penale della condotta del medico che attui un omicidio del consenziente pietatis causa oppure, se vogliano muoversi passi in questa diversa direzione, il suicidio assistito. La previsione di una causa di esclusione della tipicità, operante solo in presenza di rigorosi presupposti normativamente individuati, andrebbe accompagnata da una complessiva strategia di politica criminale volta, da un lato, a valorizzare, oltre che l’autodeterminazione terapeutico/clinica, l’aspetto solidaristico; dall’altro, a prevenire abusi e strumentalizzazioni a cui i pazienti irreversibili sono particolarmente esposti, per la loro condizione di estrema vulnerabilità. 

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